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Archivio Novembre 2005

Recensione. Perchè no?

4 Novembre 2005 Commenti chiusi


Ebbene.
Orbo di qualsivoglia vena creativa, svuotato da una ennesima giornata di lavoro passata a insultare (solo mentalmente, ahimè) utonti arroganti & pretenziosi, ho deciso che mi cimenterò nell’esegèsi di un bel filmone hollivudiano: “Million Dollar Baby”
Principiamo dal motivo per cui l’ho scelto: era un tranquillo sabato sera e, in compagnia della mia dolce metà (o morosa, per dirla col Torpex) T., fui preso dal desiderio di sorbirmi un bel filmone stile “Rocky II” con sciropposo lieto fine yankee-style incorporato (sul genere se sei americano/a, emarginato/a, povero/a in canna e non hai niente da perdere allora hai tutte le carte in regola per diventare una superstar ricca e famosa): lei, trentenne dal futuro grigio e proveniente da famiglia disastrata, conosce il vecchio allenatore di pugili fallito che inizialmente la snobba e cerca di allontanarla ma poi, colpito dalla di lei spontaneità/caparbietà/innocenza/forza d’animo/etc, fa della sventurata ma talentuosa ragazza un astro nascente prima, ed una quasi campionessa poi, della boxe femminile, salvo arrivare al match decisivo in cui la nostra eroina, rivelatasi nel frattempo – com’è ovvio – una vera forza della natura, viene sconfitta dalla campionessa brutta, perfida e (più di ogni altra cosa) scorretta. E fin qui, in effetti, tutto secondo copione.
Peccato che il ‘copione hollywoodiano standard’ in questo caso richieda (entro la fine del lungometraggio se non se ne prevede un seguito) che alla inopportuna défaiance della Nostra debba repentinamente conseguire, previo lungo ritiro spiritualmente e fisicamente riabilitante (ancorchè accorciato da sapiente montaggio), un mirabolante quanto inevitabile ritorno al ring, dove la parabola catartica si completa con la schiacciante vittoria della bellezza sulla bruttezza, della purezza sulla meschinità, della giovane donna bianca dalle accattivanti fattezze sulla sporca negra ex prostituta (manco a dirlo) e, per di più, pure tedesca (magari concubina del nipote di qualche ex gerarca nazista??).

E invece no.

Oltre ad averci regalato interpretazioni di un certo spessore (cowboy dallo sguardo gelido, ispettore della omicidi col grilletto facile, ex guardia del corpo di politici corrotti che fa colpo su giovani colleghe, e reporter del National Geographic che ammalia annoiate donne di mezza età in odore di adulterio), il buon vecchio Clint ha già saputo dare mostra delle sue doti anche restando dietro la macchina da presa… e in questo caso lo ha fatto in maniera egregia. Il buon vecchio Clint, arrivato al punto in cui ha portato il placido spettatore ad adagiarsi – non senza un sottile senso di autocompiacimento – su un match scontato, che crede di starsi avviando a vincere largamente ai punti, gli rifila un colpo da knock-out, un gancio indirizzato dritto alla bocca dello stomaco, che al termine della proiezione lo lascia in ginocchio e senza fiato. Il finale a base di abbracci festosi e lacrime di gioia è lontano migliaia di anni luce, e lo si capisce subito nel momento della caduta (figurata, e non) dell’eroina.
E qui devo fermarmi per non rovinare il finale a chi il film non lo avesse ancora visto e desiderasse farlo (cosa che peraltro consiglio e caldeggio).

Quella narrata nel film è alla fine una storia dura, difficile, e se il punto di vista da cui Eastwood decide di affrontarla e svilupparla può essere oggetto di interpretazioni controverse, e forse anche di critiche più o meno aspre, resta fuor di dubbio che ne risulta un racconto che lascia pochissimo spazio al sensazionalismo e alla melodrammaticità fini a se stessi (elementi di cui il cinema americano “per le masse” fa uso ed abuso ormai da tempo), e che riesce a essere toccante e a suo modo poetico, pur nella atmosfera di cupa rassegnazione che ne rappresenta, in ultima analisi, il cuore dolorosamente pulsante.

In sintesi: un film che a mio parere ha senz’altro meritato i 3 oscar assegnatigli, ma che vi sconsiglio sinceramente di vedere se vi trovate in uno stato d’animo men che brillante.

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