Archivio

Archivio Aprile 2004

MILANO. attendere prego.

19 Aprile 2004 Commenti chiusi


Scrivo mentre recupero lentissimamente l?uso del braccio sinistro. I movimenti sono dolorosi. Ancora non riesco ad aprirlo completamente, di riuscire a toccarsi la spalla manco se ne parla. Poi ci sono i movimenti di torsione: dolori lancinanti.
Rischio di diventare una lagna continua per chi mi sta intorno, me ne rendo conto. Quindi taccio e mi accontento di riuscire a battere sulla tastiera del PC ad una velocità decorosa: è già un bel passo avanti.

Partiamo dal principio di questo fulgido lunedì di pioggia a dirotto: sveglia all?alba, barba, la ormai ben nota lunghissima vestizione dell?invalido utilizzando un solo braccio e poi via, verso la fermata dell?autobus delle 7,30.
Prima del solito perché devo essere all?ospedale sul presto.
All?accettazione ci sono due sportelli aperti, con due impiegati sonnecchianti. Il tabellone luminoso segna il numero 14.
Io ho il 74.
Calma e gesso dunque. Soprattutto gesso visto che la sala d?attesa è strapiena di gente e che tutti hanno almeno una parte del corpo corazzata di bianco. Finalmente mi trovo tra i miei simili.
Se fisso il tabellone luminoso, aspettando che i numeri cambino, mi sento invecchiare; quindi mi guardo intorno e noto la presenza di una ragazza piùcheppassabile qualche sedile più avanti del mio. Ha un gran bel piedone e due lunghe stampelle. Sono fuori allenamento e non proprio dell?umore giusto; sbuffo, mi giro dall?altra parte un attimo, poi mi do del finocchio da solo e decido di agire. Comincio a raccattare la mia roba per trasferirmi di posto: prendo l?ombrello, la borsa, ?azzo oggi ho anche lo zainetto, mi alzo in piedi. Solo a questo punto noto che sono stato battuto sul tempo: una brutta faccia occhialuta da impiegatuccio mezzasega si è piazzato nel posto accanto alla cavallona e le sta riversando addosso una tale quantità di banalità che farebbero addormentare un cocainomane strafatto dopo un termos di caffè e una supposta di peperoncino in corpo. Lei però gli sorride.
Fermo immagine.
Resto per qualche secondo in piedi, l?unico in tutta la sala, con la mia roba appesa addosso, il braccio a curvatura fissa che indica l?uscita e lo sguardo stupido in faccia di chi si accinge, dopo un minuto abbondante di manovre per levare le tende, a rimettere tutto a terra e sedersi nello stesso dannato posto di prima.

La bella figura da vu?cumprà schizofrenico mi dà quell?energia che imprime a certe mie parti un frenetico moto elicoidale e mi permette di affrontare la lunga attesa senza temere colpi di sonno. Tutto questo nonostante io continui a seguire, a distanza, la penosa conversazione dei due, sforzandomi spesso di non intervenire.
Alla fine il mio momento arriva: vado allo sportello e pago 22 euro e rotti. Poi di nuovo a sedere nell?attesa che mi chiamino per nome. Altro tempo che evapora.
Mi chiamano!
?Il signor MX alla stanza numero 3!?
Ci vado e scopro che c?è da aspettare fuori dalla porta. Ed io, cazzo, Aspetto.
Poi mi fanno entrare, mi levano la conchiglia di gesso (insisto perché me la lascino portare a casa: ormai mi sono affezionato!) e i bendaggi, mi raccomandano 4 esercizi per i 4 movimenti fondamentali del gomito e mi sbattono fuori dicendomi di andare a prendere l?appuntamento per una visita di controllo tra 20 giorni.
Cerco il Centro Unico Prenotazioni che si trova al primo piano entro e scopro che bisogna prendere un altro bigliettino.
Ferito nell?orgoglio, nella pazienza e gonfio nei maroni mi siedo e constato che allo sportello chiamano il numero 88 e che io ho il 142. Mi sento morire. Comincio l?ennesima attesa, mi guardo intorno: di obiettivi femminili nemmeno l?ombra, sbuffo, decido di prendere un altro numerino per fare il brillante nel caso in cui apparisse dal nulla la cavallona di prima.
Ma non arriva nessuno.
Passo lunghi minuti seduto in compagnia dei dolori del mio braccio che, a quanto pare, si è del tutto dimenticato che un tempo si piegava senza sforzi e sopportava addirittura dei pesi.
Arriva il benedetto momento del numero 142.
Mi trascino fino alla brutta sportellista che, con aria annoiata, mi dice che la visita di controllo non si può fare tra 20 giorni. Semmai tra un mese.
Mi fa: ?Dovrà aspettare un po? di più!?
Il solo sentire pronunciare la parola ?aspettare? mi provoca la schiuma alla bocca, ma per sua fortuna un vetro spesso ci divide. Accetto la data del 19 maggio e me ne vado.
Fuori piove di brutto. Tengo Il mio finto braccio, la mia massa di dolore molliccio, attaccato al corpo e temo, ad ogni passante che incrocio, un urto accidentale che mi farebbe gridare a squarciagola facendomi oltretutto passare per pazzo.
Raggiungo la fermata del tram che dovrebbe portarmi al posto.
Poi, fermo sotto lo scrosciare, aspetto.
E aspetto.
E aspetto.
Mi dico: ?No MX, nel caso tu voglia, più tardi, scrivere della giornata di oggi sul blog, devi ricordarti di non raccontare di questa trascurabilissima attesa alla fermata, che poi gli altri macachi ricominciano a dire che i tuoi post sono monotoni, e che parlano solo dei mezzi pubblici e del tempo!?
Me lo ripeto più volte mentre mi inzuppo, poi me lo ripeto incamminandomi a piedi. Ad ogni fermata del tram che raggiungo e che supero me lo ripeto. Me lo ripeto persino mentre arrivo al posto senza che sia passato nemmeno un fottuto tram nell?arco dei 35 minuti di tragitto.
Poi mi decido a mandare a cagare gli altri macachi e stabilisco che continuerò a scrivere quello che voglio nei miei post.
Varco la soglia del posto e le prime parole che mi sento rivolgere sono:
?Ah, ma guarda chi si vede! Ce la siamo presa comoda oggi, eh??

Islam

7 Aprile 2004 2 commenti

E’ da un po’ che ci penso.
Ma in particolare gli eventi di qualche giorno fa hanno contribuito a rendere più che mai persistente ed insistente la presenza di certi pensieri nella mia testa.
Baghdad, Afghanistan, Striscia di Gaza, Sciiti e Sunniti, Intifada: sono tutte parole che sentiamo nominare fin troppo spesso, ma che suonano come distanti, quasi irreali… posti, culture, realtà così diverse e lontane dalla nostra da assumere un connotato di incorporeità nella mia testa.
I morti palestinesi, ebrei ed iracheni sono ne’ più ne’ meno che uomini, donne e bambini, esattamente come quelli che popolano le nostre città… ma in qualche modo sono diversi. Sono numeri, statistiche. Che lo voglia o no di questo si tratta: ieri 5 morti… il giorno prima 6… oggi solo 2, pensa..
SOLO due. Ogni tanto, se mi soffermo un secondo su quello che penso, mi viene una stretta allo stomaco: sono così abituato a sentir parlare di cifre, a spersonalizzare volti e corpi martoriati, coperti di sangue e polvere, che quando leggo di “pochi” morti quasi mi vien da dire: be’ dai, non è andata mica male.
Chissà cosa ne pensano i genitori, i fratelli, la moglie o il marito di quel “soli” due.
Ma torniamo al filo principale del discorso. Posti lontani, dicevo.
Madrid invece no.
Sono stato in Spagna due anni, e Madrid l’ho vista. Luoghi, facce, vite molto simili alle nostre. Ho preso la metropolitana, a Madrid.
I morti di Madrid erano uomini, donne, bambini come quelli che ogni giorno muoiono in quei paesi lontani… ma allora perchè nella mia testa pesano così tanto di più?
Perchè Madrid è in Europa, un giorno e mezzo di macchina da Milano. Mica tanto. Perchè i Madrileni parlano una lingua che quasi capisco, mettono vestiti simili a quelli che indossa la gente della mia città, abitano in case, guidano macchine, pregano in chiese che assomigliano tanto alle nostre.
Perchè Madrid poteva essere Londra, o Parigi, o Roma.
O Milano.
E allora mi ritrovo, spesso, in queste mattine addolcite dai primi tepori primaverili, nelle quali gli sferraglianti vagoni della metropolitana trasportano svogliati masse assonnate di lavoratori, studenti e pensionati avanti e indietro per la città, a chiedermi come dovrebbe essere.
Provo ad immaginarmelo:

Entra nella carrozza che si va riempiendo.
Ha l’aria apparentemente tranquilla, non si guarda in giro con gli occhi sgranati per la tensione come nei film d’azione dove arriva sempre l’eroe a risolvere la situazione.
Le porte si chiudono.
Sembra magrebino, forse egiziano, non ha importanza.
Il piumino sporco che indossa si apre, grida qualcosa, ma non riesco a sentire cosa. Un lampo, una frazione di secondo.
Non faccio in tempo a finire di formulare il pensiero: “non è possibile, non può capitare qui, non ora, non a me”.

Sono pensieri come questi a farmi riflettere su quanto preziosa sia la vita, e quanto importante sia assaporarne ogni secondo, godere di ogni respiro che esalo, e ringraziare Dio ogni volta che, dopo una cena calda e un po’ di televisione, al termine di una giornata passata a preoccuparmi dei prezzi della verdura o delle sconfitte della Roma, poggio la testa sul cuscino nel mio letto caldo ed accogliente.

Categorie:Argomenti vari Tag: